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La Trafila di Garibaldi

Dopo la caduta della Repubblica Romana (estate 1849), Giuseppe Garibaldi, che aveva il comando delle bande armate costituite per la difesa della repubblica, lasciò Roma e con circa 4.000 uomini si mise in marcia per raggiungere Venezia dove ancora si combatteva, inseguito da cinque eserciti (pontificio, francese, austriaco, spagnolo e borbonico). Una marcia faticosissima e lunga, per le impervie vie dell’Apennino, durante la quale più della metà di quei 4.000 uomini si sbandò, disertò o comunque lasciò la legione garibaldina prima dell’arrivo a San Marino (31 Luglio). Il Generale, conscio dell’impossibilità di continuare a portare con sé i 1.500 uomini rimasti, redasse un Ordine del Giorno con il quale li rendeva liberi: “Militi, io vi sciolgo dall’impegno di accompagnarmi. Tornate alle vostre case; ma ricordatevi che l’Italia non deve rimanere nel servaggio, e nella vergogna!” poi incaricò le autorità della Repubblica di San Marino di trattare la resa per salvare quelli che lo avevano seguito. Ma Garibaldi non depose le armi, con circa 250 fedelissimi sfuggì all’accerchiamento nemico e si diresse verso Cesenatico per imbarcarsi alla volta di Venezia, che ancora resisteva agli austriaci. Giunto a Cesenatico, s’impossessò di tredici bragozzi e mosse verso Venezia ma, intercettato dalle navi austriache, subì una pesante sconfitta, fu costretto ad abbandonare l’impresa, a sbarcare a circa 8 chilometri da Magnavacca (ora Lido delle Nazioni) tra macchie, valli e canneti, a lasciare gli uomini e inoltrarsi all’interno, con il fidato luogotenente Leggiero e la moglie Anita, in stato avanzato di gravidanza e in precarie condizioni di salute. I tre profughi trovarono rifugio in una povera capanna e furono raggiunti da Nino Bonnet, patriota ardente, accorso in loro aiuto per l’attraversamento delle valli di Comacchio e l’avvicinamento al territorio di Ravenna. Ebbe inizio, a questo punto, quella che viene definita la trafila di Garibaldi a Ravenna, l’insieme di persone, ognuna con un compito specifico, e la serie di tappe fatte attraverso vari spostamenti dall’eroe dei due mondi per sottrarsi alla cattura da parte degli austriaci che perlustravano minutamente il territorio e che avevano seminato il terrore nelle campagne per la fucilazione minacciata a tutti coloro che avessero dato aiuto a Garibaldi. Giunti alle Mandriole, così chiamata perché vi pascolava la mandria delle vacche di proprietà del monastero di S.Vitale, i fuggiaschi trovarono rifugio nella fattoria dei marchesi Guiccioli, condotta da Stefano Ravaglia. Era la sera del 4 Agosto, alle 19:45 Anita cessò di vivere tra le braccia del marito la cui disperazione toccava il delirio. Morta Anita, i Ravaglia, atterriti dallo spavento, convinsero Garibaldi a partire promettendo rispetto e cura per la salma. Anita fu sepolta alla meglio a 800 metri dalla casa, in mezzo ad una landa chiamata Mote alla Pastorara poi, nel cimitero della chiesa delle Mandriole. Garibaldi e Leggiero, guidati dal dottor Pietro Nannini e da Francesco Manetti, furono accompagnati nel centro abitato di Santalberto, a 8 Km di distanza, dove trovarono ospitalità coraggiosa e fidatissima, prima nella casa del sarto Ferdinando Matteucci, poi nella casa, sul piazzale della chiesa, di Antonio Moreschi dalle cui finestre si potevano spiare le mosse e sentire le imprecazioni dei soldati austriaci: Garibaldi non immaginava di essere cercato a morte con tanto accanimento. “Una pattuglia si avvia verso la casa, vi entra, la invade, fruga, rifruga, Garibaldi non c’è. Ha avuto il tempo di fuggire: se ne sta nascosto a due passi in un campo di formentone”. Garibaldi e il suo luogotenente, guidati da amici fidati del posto, furono condotti, il 6 Agosto, in un umile capanno di cacciatori detto il Pontaccio, ora Capanno Garibaldi, dove finalmente poterono riposare e rifocillarsi. Giunsero in soccorso Giuseppe Savini e Annibale Fabbri: era troppo pericoloso fermarsi in quelle lande e, abbandonata l’idea di salpare per Venezia, presero la via per Ravenna dove c’erano tanti amici pronti a trafugarlo e salvarlo. I due fuggiaschi furono condotti a Ravenna, fuori Porta Sisi, e lì trascorsero la notte, tra l’8 e il 9 Agosto, nella casa di proprietà di Gregorio Zabberoni, patriota ravennate, ma, a sera l’abbandonarono e si trasferirono per precauzione nella casa di fronte di proprietà dei fratelli Ballardini (i Plazzi), patrioti anch’essi, ritenuta più sicura perchè aveva un’altra uscita sulla via posteriore, e vi si fermarono fino a tutto il giorno 12. Poi, trovando sempre ospitalità e guide sicure, scortati da patrioti ravennati per l’argine dei Fiumi Uniti, raggiunsero Porto Fuori e si rifugiarono nella Casa Colonica delle Risaie dei fratelli Cherubini. La sera del 14 Agosto ripercorsero l'argine dei Fiumi Uniti fin sulla Via Ravegnana e raggiunsero Forlì e Modigliana dove furono affidati a don Giovanni Verità, sacerdote e patriota, che li ospitò nella sua casa e, con grande rischio personale, li aiutò a varcare i confini con il Granducato di Toscana. Il 2 Settembre Garibaldi salpò dallo scalo di Cala Martina (Livorno) per Genova e di qui verso la salvezza nelle Americhe. Da Genova, don Giovanni Verità ricevette un biglietto che diceva: “Genova, 7 Settembre 1849 – M’incarica il nostro Lorenzo farvi avvertito che le due balle di seta sono giunte a salvamento – G.B.GRIMALDI (o Grialdi)”. Garibaldi tornò a Ravenna nel 1859 per ringraziare quanti lo avevano aiutato e non solo. Da Olindo Guerrini: “Nel 1859 Garibaldi tornò a Sant’Alberto: Non era più il povero fuggitivo, trafugato di notte ed inseguito, ma il generale glorioso che aveva vinto tante battaglie! Tornava per riprendere le ossa della povera Anita e portarsele a Nizza”. I LUOGHI DELLA VISITA La Fattoria Guiccioli si raggiunge, da Ravenna, con la Statale Romea Nord direzione Venezia; dopo 19 Km si gira a sinistra (prima o dopo il ponte sul canale) indicazioni Mandriole e Alfonsine, ancora 1 Km e (di fronte alla chiusa) si è sul posto (cartello turistico). Il Cippo di Anita Garibaldi, eretto sul luogo della prima sepoltura, si raggiunge percorrendo la Via Corriera Antica, strada che fiancheggia la casa Guiccioli, a sinistra dopo circa 800 metri (cartello turistico). L’accesso è libero. Il Capanno Garibaldi si raggiunge percorrendo la Statale Romea Nord direzione Ravenna. alla deviazione sopraelevata (Bologna, ecc...) si tiene la destra per Zone Industriali e, subito alla rotonda, si gira a sinistra direzione Via Baiona, Porto Corsini e Marina Romea. Dopo lo stabilimento Marcegaglia, sulla sinistra, è segnalato un piccolo parcheggio, si lascia l'auto e si cammina per circa 300 metri (cartello turistico). Occorre dimenticare la vista sulla zona industriale ed ammirare la valle e la pineta per ritrovare l’atmosfera garibaldina. Il Museo del Risorgimento è a Ravenna in Via Baccarini, angolo via Rondinelli, nell’ex chiesa di S.Romualdo dove è stata allestita una raccolta di cimeli risorgimentali, memorie dei protagonisti dell’indipendenza italiana e delle vicende garibaldine. CLICCA LE IMMAGINI PER ULTERIORI NOTIZIE

Fattoria Guiccioli

Cippo di Anita

Capanno Garibaldi

Museo del Risorgimento

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